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giovedì 24 febbraio 2011

Anarchia e Complessità



Recentemente ho letto un articolo sull'ultimo numero di Wired un'intervista a Josh Klein che parla della necessità di “hackerare” le regole sociali per ottenere un mondo migliore.

Si parla di complessità sempre crescente dei sistemi sociali e del fatto che la responsabilità di condurre il sistema ricade sull'insieme dei singoli individui.

Sul concetto di hacker e sul contenuto dell’intervista, magari ci ritorneremo in un altro post, qui volevo condividere alcuni pensieri e alcuni collegamenti concettuali che mi sono stai ispirati da questa frase, in mezzo all'intervista.
Da questa frase mi sono nate due riflessioni la prima legata alla complessità del sistema sociale e la seconda legata alla responsabilità dei singoli individui.
Complessità riferita all'organizzazione che serve per far "vivere" o "sopravvivere" un sistema o un tipo di organizzazione sociale e "politica" e responsabilità intesa anch'essa in senso politico e sociale.


lunedì 4 ottobre 2010

Una scelta per Paolo e Miriam

In questi giorni sono vicino a due miei giovani amici che hanno avuto un diverbio. Riporto due nomi del tutto fittizi, naturalmente, perché quello che mi interessa mettere a fuoco non è la vicenda in sé, piuttosto il modo di affrontarla.
A Miriam era venuta l'idea di coinvolgere il suo amico Paolo in un piccolo progetto. Alla proposta, Paolo si è trovato spiazzato e mi contatta per un consiglio. La prima cosa che ho pensato, e che gli ho detto, è che in effetti la coppia era assortita in maniera strana, perché i due, pur conoscendosi da anni, hanno sempre avuto difficoltà di comunicazione tra loro. Tuttavia, ritenevo che non fosse nulla che con un po' di pazienza ed impegno (e magari un po' di aiuto) non si potesse risolvere. Il mio punto di vista -da “esterno”- era che la proposta sembrava interessante, sebbene difficile da realizzare. Così suggerisco a Paolo di pensare in primis se il progetto gli interessi, poi di occuparsi, su questa base, dei problemi con Miriam.

sabato 17 luglio 2010

La pubblicità può essere "buona"?

Giorni fa, parlando con una mia amica giornalista, si rifletteva su alcune pubblicità viste di recente.
Quello che facevo notare è che alcune pubblicità, per promuovere il prodotto utilizzassero messaggi,
che mi sembravano, come dire, "portatori di speranza" e che incoraggiassero ad attingere alle proprie risorse per operare un cambiamento positivo nella realtà che ci circonda.
Gli spot in questione li potete vedere qui e qui.
Mi colpisce che si sia scelto questo tipo di messaggio piuttosto che un altro in un periodo che definire di crisi è un eufemismo.
Certo, per invitare a spendere bisogna dare fiducia, e questa può essere una risposta.
Ma per far spendere si può far leva anche sulla paura, sull'ingordigia, sul desiderio sessuale....
Quindi torniamo all'argomento della nostra discussione: perché si è scelto proprio questo tipo di messaggio veicolante piuttosto che un altro? Perché si è fatto leva sulla speranza, sul coraggio di rischiare, su un' "etica sociale" (passatemi il termine, per favore!) , sul seguire i propri sogni e non si è spinto sul cercare a tutti i costi più vantaggi per a se stessi o sulla bontà del prodotto?
Intendiamoci, non penso che queste pubblicità siano esenti da ogni critica, anzi.
Per esempio gli spot che riguardano la banca sono state persino ritirati per le polemiche che avevano suscitato.
Ma il punto della mia riflessione è: in questo periodo di crisi il fatto che per invitare ad acquistare un prodotto si punti sulla creatività, sulla speranza e su l'impegno "sociale" è una truffa a danno dei soliti poveracci o un buon segno? Oppure non significa nulla?
Io spero che sia un buon segno, ma chissà cosa ne pensa chi legge.
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